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IMMERSIONI

Relitto Douglas A-20

Un DOUGLAS A20 “Scomparso”

 

Tutto è iniziato nel ’91: un operaio della vicina Centrale Elettrica mi raccontò che quando era giovane (nel ’44) dalla finestra di casa alle Forna (zona Nord Ovest) vide “l’apparecchio” che finiva in acqua.
Da lì iniziò la ricerca con vari pescatori e dopo 4 anni ci siamo finiti sopra: un Douglas A20 intatto, in assetto di navigazione con tutti gli strumenti, la cloche, la mitraglietta armata......... un vero spettacolo!
Da quel giorno, Giugno ’95 diventò il fiore all’occhiello delle immersioni a Ponza, anche se abbastanza profonda (-59 mt), ambita meta dei nostri amici subacquei più esperti, immersione programmata 2 volte a settimana.
A Novembre ’99 le ultime due immersioni sull'affascinante relitto, in due giorni consecutivi e chissà, forse una sensazione, in quell’occasione portai via la cloche.
Arrivò l'inverno e con esso le mareggiate consuete su Ponza. Ma quella del 27 dicembre 1999 fu una vera tempesta, che creò enormi danni a tutta la zona Ovest di Ponza e su tutte le coste occidentali del Tirreno.
A Maggio 2000 arrivai sopra il punto con il gommone con 6 subacquei e un’altra guida.
Briefing particolareggiato, calate le bombole decompressive e giù – 30, - 40, strano pensai, ancora non si vede l’ombra e giù fino al fondo, lo shock fu enorme! Fondale bianco, senza la minima traccia dell'aereo!! "Ho sbagliato il punto”, questo fu il mio primo pensiero; si risale, che figuraccia……..!
Dopo le scuse in superficie, controllai le mire a terra e come al solito corrispondevano.
Allora legai un galleggiante all’ancora, tornai al diving per lasciare i clienti e cambiare bombola.
Nel giro di due ore ero nuovamente sul punto dove mi rimmersi, con una bussola feci una minuziosa ricerca alla profondità di 40 metri: incredibile, neanche un bullone!! Controllando la profondità massima mi accorsi che era salita di ben 7 metri, da -59 a -52.
Il primo pensiero fu che una barca da pesca strascicante (paranza) lo avesse agganciato e spostato, ma ciò non collimava con i dettagli: la profondità era diminuita, sul fondo non c'era alcuna traccia e le tre mire a terra che per anni avevo utilizzato per l'ormeggio, erano precise; e ancora, durante le riprese televisive per una delle puntate del 2004 di Linea Blù, scesi insieme al Nucleo Carabinieri Subacquei dotati di metal detector: lo strumento rivelò la presenza di materiale ferroso sotto la sabbia, proprio nel punto esatto dove sarebbe dovuto essere "l'apparecchio".

Capii che la mareggiata del dicembre '99 aveva sconvolto il fondale, un evento sottomarino doveva aver deposto una gran quantità di sabbia sopra l'aereo!
Che altra spiegazione ci può essere?

Da allora, ogni anno ad inizio stagione torniamo a scandagliare con lo strumento ma purtroppo ancora oggi la profondità è rimasta costante.

Un vero peccato, specialmente oggi che la subacquea a differenza di 15 anni fa ha fatto enormi progressi. Intanto noi ci siamo specializzati ed abbiamo investito molto delle nostre risorse nella subacquea tecnica: miscelatore per produrre miscele di fondo contenenti percentuali di elio, miscele decompressive iperossigenate, buster per ricariche ossigeno, utilizzo di software decompressivi più sicuri, uso di rebreathers elettronici; ingredienti che ci permettono di godere al massimo le immersioni più impegnative e che renderebbero certamente questo tuffo più sicuro.

Continueremo a monitorare il punto nella speranza che un giorno l'aereo torni visibile!!

Andrea Donati

Dall' articolo pubblicato sulla rivista Il Subacqueo a cura di Eleonora De Sabata del 1995

UN AEREO A -60
di Eleonora de Sabata



Una calda serata di fine luglio, a Roma. Squilla il telefono. "Ciao Eleonora, che fai domani?". Sono Giorgio Campanini e Laura Nalli, amici subacquei romani espertissimi delle acque di Ponza. "Andrea e Valentina, del Ponza Diving Center, hanno scoperto qualcosa di nuovo. Un aereo, assolutamente intatto, della Seconda Guerra Mondiale a 60 metri di profondita'...". Dodici ore piu' tardi stiamo gia' planando a tutta velocita' verso un punto imprecisato tra Ponza e Palmarola, all'altezza della Secca dei due mattoni. Andrea impartisce le istruzioni a Valentina, al timone, per far collimare esattamente i tre allineamenti che indicano l'esatto punto d'immersione. Sbircio le mire scarabocchiate su un foglietto di carta: "Allineare la casa bianca con la montagna"... ma non sono tutte bianche, le case di Ponza?!!!

Ci siamo, dai fondo!". Ci vestiamo velocemente e ci buttiamo in acqua. A una quindicina di metri gia' vediamo il fondo: un ammasso di scogli allineati interrompe il chiarore della sabbia chiara. Scendiamo ancora: gli "scogli" si compongono nella sagoma inconfondibile di un aereo! E' appoggiato sulla sabbia bianca, assolutamente intatto. Come posato da poco sul fondo, condotto fino all'ultimo atterraggio dai suoi piloti; come pronto a decollare da questa pista sottomarina, per volare attraverso l'acqua e, di nuovo, nel suo cielo.

Arriviamo sul fondo: sono 58 metri esatti. La limpidezza tipica del mare di Ponza fa sembrare tutto facile e semplice, mentre in realta' questa e' un'immersione assai impegnativa, anche perche' e' assolutamente "quadra", condotta cioe' sempre alla massima profondita'. Non c'e' molto tempo da perdere, quindi: un rapido giro dell'aereo per renderci conto che non e' molto grande, sara' lungo una quindicina di metri e con una larghezza alare simile; due eliche e due grandi spazi vuoti nel corpo dell'aereo, a prua e subito dietro le ali: qui c'e' una mitragliatrice, ancora rotante.

Il "muso" e' tranciato all'altezza dell'abitacolo; il vetro intatto del parabrezza e' annebbiato da spugne e briozoi incrostanti. Brandelli di decine di reti trattenute negli anni dall'aereo avvolgono i motori e il muso, spugne arancioni e rosse coprono a chiazze la struttura metallica. Alto e imponente il timone, scelto da una... calamara di passaggio per abbandonarvi le sue uova.

Dopo 18 minuti di immersione, con riluttanza, ci stacchiamo dall'aereo per iniziare la risalita: la decompressione inizia per prudenza gia' a 12 metri e in tutto durera' piu' di mezz'ora, passata a scambiarci impressioni ed emozioni con i gesti dell'alfabeto muto ed eloquenti espressioni del viso. Non facciamo in tempo a mettere la testa fuori dall'acqua che seppelliamo i ragazzi del diving con una valanga di domande: come, quando lo avete scoperto? E che aereo era? Qual e' la sua storia? Quando e' affondato? "Andiamo con ordine" sorride Andrea. "E' sin da quando abbiamo aperto il diving che i ponzesi ci parlavano di questo fantomatico aeroplano. Un nostro conoscente raccontava di aver visto cadere un aereo, durante la Guerra, quand'era ancora ragazzino. Finalmente a giugno abbiamo convinto un pescatore e, tra un'immersione e l'altra del diving, ci ha portati con se'. Siamo scesi nel blu totale, convinti di non trovare nulla... e invece ci siamo caduti esattamente sopra!"

Di storie ne sono state raccontate tante, su questo aereo" aggiunge Valentina. "Si dice che addirittura fosse ammarato troppo vicino alla costa e quindi sia stato trascinato al largo per poi farlo affondare di nuovo. Ma che tipo di aereo sia, e di che nazionalita', questo veramente non lo sappiamo. Sarebbe interessante pero' cercare di scoprirlo!".

Siamo pienamente d'accordo, ovviamente, e concordiamo di coinvolgere subito mio padre, ingegnere aeronautico. Buttiamo giu' uno schizzo, aggiungendo tutti i particolari che ci vengono in mente: quote, lunghezza stimata, apertura alare. Un fax in Inghilterra e dopo poco una telefonata: mio padre e' ancora piu' incuriosito di me da questa scoperta e gia' comincia a fare supposizioni, potrebbe essere un caccia inglese, o forse americano. O magari anche tedesco, chissa'. Ha bisogno di altre foto che ritraggano i motori ("Fondamentale sapere se sono in linea oppure stellari", chissa' che vorra' dire), poi la forma del timone, il muso... In partenza per la Corsica, lascio il testimone a Roberto Rinaldi. I doppi scatti sono per me, anzi per mio padre e i suoi colleghi che, nel frattempo, si sono gia' appassionati a questa storia.

Il giorno dopo, nel suo ufficio, trovo delle fotocopie che mi aspettano. "Credo possa essere un A-20" e' la sentenza provvisoria. "Per esserne certo avrei bisogno di altre foto, ma penso proprio che sia lui." Nel frattempo si diffondono altre "leggende metropolitane": si dice che l'aereo sia inglese e che, avendolo visto cadere, un pescatore si sia precipitato a raccogliere i piloti i quali, da allora, tornano ogni anno a trovarlo. Dovrebbe essere facile da verificare: ma guarda caso il pescatore e' morto proprio un paio di mesi fa, alla veneranda eta' di 90 e passa anni. E nessuno, a Ponza, sa alcunche' di questa storia. La voce del ritrovamento si sparge: ne parlano alcuni quotidiani, se ne interessa la televisione e, pare, persino la famosa Cnn.

Passano le settimane e a tutt'oggi l'aereo e' ancora senza un nome, la sua storia ancora sconosciuta. Nelle prossime settimane ci immergeremo di nuovo, cercando di chiarire il suo mistero: prenderemo le misure per confrontarle con quelle dell'A-20 riportate dai libri e, se corrisponderanno, cercheremo di localizzare, in base ai disegni, e di scoprire le insegne nazionali. Se la vernice avra' resistito a cinquant'anni di immersione, riusciremo forse a leggere i numeri di matricola dell'aereo: e a quel punto, risalire alla storia di questo aereo e della sua ultima missione sfortunata non dovrebbe essere difficile. Vi terremo informati!


La storia dell'A-20
La carriera del Douglas A-20, aeroplano d'attacco costruito in diverse configurazioni, e' stata per molti aspetti molto meno spettacolare di quella di altri velivoli: non fu protagonista di operazioni particolarmente importanti ne' si distinse in battaglie decisive; fu pero' un aereo di grande affidamento e soprattutto estremamente versatile, impiegato in operazioni di attacco sia diurno che notturno, equipaggiato per la ricognizione e per la fotorilevazione del territorio nemico, per il bombardamento e per una quantita', una trentina in tutto, di altri impieghi distinti. In prima linea praticamente ovunque e in ogni condizione (dalla Russia al Pacifico e persino nel deserto) era, secondo i piloti, uno dei migliori velivoli da combattimento da pilotare.

La prima nazione ad acquistare il Douglas "Modello 7B" fu la Francia: ma le modifiche richieste furono tali che ne venne fuori praticamente un nuovo aereo, cui venne imposto il nome DB-7 (DB per Douglas Bomber), che esegui' il volo inaugurale il 17 agosto 1939. La Francia ordino' in totale 951 velivoli, ma solo pochi di essi vennero consegnati, e impiegati, prima della resa. I restanti furono acquistati dagli inglesi e ristrutturati per l'addestramento dei piloti con il nome di Boston I. La Royal Air Force commissiono' subito la costruzione di decine di altri velivoli soprattutto come bombardieri: ma dopo il blitz dei tedeschi nel Regno Unito un certo numero di DB-7 fu configurato per la caccia e penetrazione notturna e quindi ribattezzato Havoc I.

Considerata l'estrema adattabilita' dell'aereo, che consentiva impieghi di diversa natura, anche gli Stati Uniti ne ordinarono numerosi esemplari, che presero il nome di A-20. Il DB-7, nelle sue diverse configurazioni, venne utilizzato dalle Aeronautiche militari di tutti i paesi Alleati, per cui si ebbero modelli che volavano sotto bandiera americana, francese, belga, sud africana, russa, olandese; una ventina di aerei furono acquistati persino dai brasiliani.

La produzione si interruppe il 20 settembre 1944: era stato costruito, nei diversi modelli e configurazioni, un totale di 7385 esemplari. In Europa, gli A-20 americani effettuarono 39.493 sortite, in cui sganciarono 28.443 tonnellate di bombe. Nel corso di questi raid 265 velivoli vennero abbattuti. Che l'aereo di Ponza sia uno di questi?

 

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