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IMMERSIONI

Secca dei Mattoni

Molto interessante la secca dei mattoni sul versante occidentale di Ponza, si erge da un fondale sabbioso di 30 mt. arrivando fino a 3 mt; immersione alla portata di tutti i livelli di subacquei, con parete verticale con gorgonie gialle e molte spaccature, tane di numerose murene, cernie e gronghi.

Per tutta la stagione 2012, alla profondita di 12 metri, ci ha fatto compagnia un cavalluccio marino di colore giallo che timidamente si nascondeva in mezzo alle alghe.

Distante 300 mt dalla secca vi sono i resti di una nave romana, naufragata con tutto il suo carico di anfore
e oggetto di studi da parte della Sovrintendenza ai beni Archeologici.

Circa 800 metri a sud-ovest dei Faraglioni di Lucia Rosa, sulla superficie del mare si delineano chiaramente i riflessi verdastri della Secca dei Mattoni, emergenza rocciosa interamente sommersa che ha uno sviluppo allungato in senso est-ovest e sommo a – 3 metri. Corrente permettendo, conviene ormeggiare l’imbarcazione nella zona nord, la più strapiombante della secca, caratterizzata da una caduta abbastanza scoscesa le cui fondamenta intersecano il sabbione di fondo, situato a un massimo di circa 30 metri. L’itinerario di immersione consiste nel costeggiare la parete tenendola sulla sinistra alla quota prestabilita, circumnavigare la scogliera, per poi risalire lentamente e ultimare la passeggiata sulla luminosa area sommitale, ricchissima di vegetazione. I mattoni che danno il nome all’immersione sono sotto la barca, ammucchiati uno sopra all’altro per svariati metri quadrati lungo un canale roccioso leggermente declive delineato a breve distanza tra la sabbia e la parete rocciosa. A quanto pare, sembra che facessero parte del carico di un mercantile che solcava le acque di Ponza, naufragato oltre un secolo fa. Purtroppo questi mattoni continuano a diminuire di numero per colpa dei soliti cercatori di souvenir, ma il fatto che alcuni risultino colonizzati sullo strato superiore da spugne incrostanti è la riprova che la Secca dei Mattoni resta comunque un sito d’immersione poco battuto dai sub. Il colorato strato esposto alla luce dei parallelepipedi fa sempre da sfondo al girovagare di labridi, gruppetti di salpe e saraghi fasciati. Dopo aver fatto alcune fotografie a questi materiali da costruzione, se possibile tenendoli in primo piano per ritrarre il passaggio dei compagni d’immersione, ci spostiamo sulla parete perimetrale. Ad attirare l’attenzione sono soprattutto i colori accesi che ravvivano le pieghe più ombreggiate della roccia, colonizzate da popolamenti di precoralligeno, tra cui spiccano trine e falso corallo, margherite di mare e spugne varie, come quelle del generi Ircinia e Petrosia. Murene, gronghi, cernie brune e dotti sono frequenti e, tra i blennidi, va segnalata la presenza della bavosa africana (Parablennius pilicornis). È una specie che si sta diffondendo verso nord e in particolare nelle acque del Mediterraneo occidentale, un fenomeno probabilmente imputabile al progressivo riscaldamento delle acque di questo mare. Uno stupendo mollusco osservato su questo fondale è la lumaca leopardo (Cymathium parthenopeum), caratterizzato dallo stupendo colore dell’epidermide, giallino maculata di bluastro, ben visibile quando l’animale si estroflette all’esterno della conchiglia. Qua e là svettano diversi esemplari di gorgonie gialle, che incorniciano il deciso vagare di saraghi maggiori e fasciati. Ci sono labridi, e tra questi il tordo grigio e il verde, i cui maschi sono impegnati in primavera a costruire nidi, portando instancabilmente in bocca frammenti di alghe per creare le loro “alcove” dove attirare le femmine e indurle a deporre le uova da fecondare. In estate, capita di osservare decine di barracuda che volteggiano nel blu a pochi metri dai sub, esibendo sincronizzate evoluzioni. In fondo all’edificio sommerso, sulla sabbia, ma anche tra le rocce dello stesso, si vedono numerose chiazze di Posidonia oceanica.
Un’ultima “chicca” meritevole di segnalazione: nel 2012, un cavalluccio marino (Hippocampus guttulatus) color giallo oro ha vissuto per mesi e mesi su una ristretta porzione del versante occidentale della secca, da 12 a 18 metri di profondità, ben camuffato tra le fitte foglie delle monetine di mare e i cuscinetti delle spugne.  

Resti di antichi naufragi
Da migliaia di anni, quella che oggi si chiama Secca dei Mattoni, costituisce con le sue rocce sommitali  poco profonde un pericolo per le imbarcazioni. La presenza del carico di mattoni sul fondo del mare da oltre un secolo ha un significato che vale senz’altro una o più immersioni, ma va chiarito che è ben più importante un altro relitto che giace a 400 metri a mezzogiorno del cappello della secca, attualmente vietato ai sub. Si tratta di una nave oneraria romana adagiata su un fondale di 30 metri, oggetto di più campagne di scavo iniziate negli anni ottanta che hanno portato alla scoperta di carichi differenziati costituiti da anfore di Brindisi, nello strato inferiore e da anfore di tipo Dressel 1 e Lamboglia 2, oltre a importanti reperti di ceramica a vernice nera o “ceramica campana”. Era una tipologia di carico già osservata su altri relitti, che in “vita”, prima di affondare, solcavano il Mediterraneo e in particolare le coste tirreniche, francesi e quelle della penisola iberica. Per quanto riguarda il relitto adagiato nei pressi della Secca dei Mattoni, secondo indagini, doveva trattarsi di una nave da cabotaggio databile tra la fine del II secolo e gli inizi del I secolo a. ch.. Grazie alla disposizione del carico fu possibile ipotizzare i lunghi viaggi di questa nave, che partiva dalle coste pugliesi, effettuava uno scalo in Campania probabilmente a Pozzuoli per caricare le Lamboglia 2 e le Dressel 1, poi proseguiva verso la Gallia Narbonense o, passando attraverso le bocche di Bonifacio, verso la Spagna.

 

 

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